Nella notte tra giovedì e venerdì, a soli 67 anni, si è spento il portierone che ha regalato il primo scudetto all’Hellas Verona e al Napoli, partita che curiosamente vedrà aprire il campionato 2022-23 le due sue ex formazioni (Hellas Verona-Napoli è il posticipo della 1^ giornata in programma lunedì alle ore 18.30 al “Bentegodi”). Claudio Garella è morto per problemi cardiaci giunti in seguito ad un’operazione chirurgica fatta in precedenza. “Garellik”, così lo chiamavano i tifosi gialloblù, oltre ad essere stato il portiere dei primi scudetti del Verona e del Napoli, dove è stato compagno di squadra del grande Diego Armando Maradona, vestì anche le maglie di Lazio, Sampdoria, Udinese e Avellino. Cresciuto nelle giovanili del Torino, è ricordato per le sue parate con i piedi e per il suo stile non bello da vedere ma molto pratico ed efficace. Dopo aver smesso di giocare ha ricoperto incarichi dirigenziali ma solo con squadre dilettantistiche. Da alcuni anni aveva lasciato il mondo del calcio e stava combattendo da molto tempo contro una malattia cardiaca, se ne è andato in silenzio lontano dai riflettori che hanno sempre illuminato le sue incredibili parate. In suo ricordo vi proponiamo la bella intervista che gli è stata fatta dal nostro direttore di testata Andrea Nocini nel dicembre del 2011.
Claudio Garella passerà sicuramente alla storia del nostro calcio per i suoi interventi efficaci ma altrettanto anomali: in Verona-Udinese parò una conclusione con il sedere, in Inter-Verona con una manata tipica del cameriere con vassoio, in Udinese-Cremonese con una rovesciata. Un gigante tra i pali, non solo per la sua enorme stazza, ma pure per la capacità di intercettare i palloni, anche quelli che parevano ormai diretti alle sue spalle. Il suo palmares si agghinda di due scudetti: uno, storico, conquistato in riva all’Adige, nella stagione 1984-85, con l’Hellas Verona, e l’altro con la maglia del Napoli. Sempre con i partenopei, dove giocò tre campionati, conquistò anche una Coppa Italia, edizione 1986-87. Torinese (è nato il 18 maggio 1955), Garella ha esordito con il Toro in Torino-Vicenza nella stagione 1972-73, per poi farsi le ossa nello Junior Casale (due anni, uno in D e uno in C, con un gol addirittura realizzato su rigore). Poi, Novara e Lazio (due stagioni in B), prima di approdare a Genova, sponda Sampdoria (tre tornei in serie B). Dopo i due scudetti di Verona e Napoli torna in B: è a Udine e ad Avellino. Intraprende anche la carriera di direttore sportivo (nei dilettanti del Pecetto di Torino), diventa osservatore per i piemontesi della Canavese (serie D), quindi, è sulla panchina dei dilettanti del Barracuda (Seconda categoria del Torinese).
Qual è stato il momento più bello della sua carriera di portiere? «Io parlerei di momenti, e questi sono legati, chiaramente, ai due scudetti vinti. Due trofei che li metto sullo stesso piano sia quello vinto con il Verona che quello vinto con il Napoli. Perché sono arrivati in un momento importante della mia carriera, nel momento dove era difficile magari ottenere qualcosa, io ci sono riuscito e sono sicuramente i due momenti che ricordo più volentieri. Ovvio, ce ne sono stati tanti altri, ma questi sono quelli che mi sono rimasti maggiormente dentro». Se la costringessero a buttare giù dalla torre uno dei due, quale getterebbe a malincuore? Risata lunga e fragorosa di Garellik. Che risponde: «È impossibile! Questa proprio è una domanda impossibile, quella cui non posso rispondere perché assolutamente non potrei farne a meno in maniera assoluta. Mi butto giù io, magari, dalla torre, ma non butto giù sicuramente gli scudetti». Qual è stato quello – volevamo sapere – che le ha dato maggior gioia, maggiore soddisfazione… «No, no, no, assolutamente: sono alla pari, niente da fare, non ci provare nemmeno!».
Il suo rapporto con Maradona al Napoli? «Mah, io avevo un ottimo rapporto con Diego: è venuto spesso a mangiare a casa mia, io e lui avevamo un ottimo rapporto. Quando conducevo una trasmissione, veniva spesso a farmi da ospite, avevamo anche un rapporto ottimo fuori dal campo. Poi, purtroppo, il rapporto si è interrotto quando io sono venuto via da Napoli, ma, per i tre anni che sono rimasto in Campania c’è stato veramente un ottimo rapporto tra me e Diego». Ricorda un aneddoto, una battuta, uno scherzo tra lei e “El pibe de oro”? «Ah, io mi ricordo quando alla fine degli allenamenti mi voleva tirare le punizioni: prima non voleva mai calciarle, io lo sfidavo, poi, non voleva più smettere. C’è stata una volta che giocavamo a Genova contro la Sampdoria, siamo usciti che tutti erano già sul pullman, pronti per andare in albergo, e lui continuava a tirare le punizioni perché non voleva più smettere. È che non voleva perdere: difatti, non perdeva quasi mai». Il rigore più importante parato da Garella? «Sicuramente, ad Udine, al 90° minuto, con la maglia della Cremonese. Era una partita decisiva per salire in serie A, al 90esimo quella parata valse un 1 a 1 che ci consentì di vincere il campionato di serie B».
Non ha mai tirato un rigore, Garellik? «Sì, e ho fatto anche gol: ne ho tirato uno e ho fatto gol; per cui sono al 100% di realizzazioni. È successo in serie C con lo Junior Casale, a Lecco mi ricordo». La parata in cui si è visto davvero bravo, impeccabile in bravura e in stile? «Sicuramente a “San Siro”, fine aprile del 1985, contro il Milan, in una gara decisiva per la conquista dello scudetto del Verona: su colpo di testa di Hateley, parata con la mano di richiamo, palla che sbatte contro il palo e mi ritorna in mano. Quella è stata sicuramente la parata-scudetto, perché finì 0 a 0 e mancavano ancora solo 4 partite al termine del campionato». Ed anche quella in cui si è sentito davvero il grande Garella? «Mi sono sentito grandissimo, perché è stata veramente una parata a livello dei più grandi di tutti i tempi».
È nato portiere, oppure attaccante e poi, c’è stata la definitiva trasformazione? «No, io sono nato portiere e sono rimasto portiere. Sono nato portiere in oratorio, quando si giocava tutti i giochi, però nel calcio io facevo il portiere. Perciò, sono nato portiere e sono rimasto portiere». Qual era il suo idolo da ragazzino? «Mah, questa è una domanda molto semplice: noi siamo vissuti all’ombra di Dino Zoff , per noi Zoff era il mito da guardare dal basso verso l’alto. Poi, ho avuto la fortuna di giocarci contro. Il mio mito era lui. Poi, lo è diventato anche Luciano Castellini – che ho avuto la fortuna di avere anche come allenatore -. Diciamo che, da portiere, i miei due miti sono Zoff e Castellini. Zoff era per me il massimo». Qual era l’attaccante che le faceva sempre gol, la sua “bestia nera”? «Mah, non era un nome famoso: era un certo Vagheggi – che aveva giocato in serie B -, Vagheggi quando giocava contro di noi faceva sempre gol. Mi ha fatto gol quando lui giocava nella Lazio, mi ha fatto gol quando giocava nell’Udinese. Mi faceva sempre gol. Non so come mai, ma me la buttava sempre dentro».
Toscano, classe 1956, si chiama Claudio, e ha giocato anche a Vicenza, Napoli, Cavese, Pescara e Campobasso. «Sì, adesso che ricordo, si chiama Claudio, sì». Adesso, cosa fa di bello Claudio Garella? «Claudio Garella? Niente, fa l’allenatore dei dilettanti, perché non ha avuto l’occasione di sfruttare il patentino da direttore sportivo che avevo conseguito. E sarei potuto così rientrare nel grande giro dei professionisti. E così mi adatto a fare l’allenatore nei dilettanti». Il suo più grande rammarico? «Ah, sicuramente, quello di non essere riuscito, terminata la carriera, di impormi anche come direttore sportivo, come dirigente. E, invece, non mi è stata data la possibilità. E questo è il mio più grande rammarico». Il rapporto Nazionale-Garella? «Eh, la Nazionale Garella l’ha persa nei due anni della Lazio, dove non è andato tanto bene e ho dovuto ricominciare da capo, dalla serie B. E quella volta ho perso il treno della Nazionale, anche se devo dire che quando Garella giocava, prima c’era Zoff , prima c’era Castellini, dopo c’era Zenga e Tacconi, poi, c’era Tancredi e Galli: c’era una grandissima concorrenza una volta».
Lei ha mai provato la felicità? E in cosa è consistita? «Mah, io dico la serenità più che la felicità, perché la felicità è una cosa molto difficile. Chiaro che, quando tu sei in auge, sei un grande giocatore – ancora adesso, molto di più -, e, quando sei un grande calciatore, fai il lavoro che ti piace, hai la disponibilità economica. Io ho avuto anche la fortuna di avere una famiglia unita: questa è la felicità. Però, più che altro, serenità, una serenità che mi veniva dopo una partita vinta, dopo una grande prestazione, tornare a casa e ritrovarti con i tuoi familiari». Esistono due pianti: di rabbia e di dolore. Quand’è che ha vissuto l’ultima volta questi due contrastanti stati d’animo? «Il pianto di rabbia io difficilmente l’ho avuto, perché io penso che o si piange di felicità o si piange per cose veramente molto gravi. Il calcio, con tutto rispetto, non può contemplare un pianto di questo tipo, meglio, di felicità, d’accordo». Quand’è che ha pianto di vera felicità e di vero dolore? «Di vero dolore, nel calcio mai; nella vita? Lasciamo perdere, è una domanda troppo difficile. Ho pianto di felicità quando sono nate le mie bambine; il pianto di dolore è una cosa mia personale».
Quando ha perso i genitori? «Anch’io. Il pianto di dolore è un fatto molto personale che è meglio non esprimersi». La sua infanzia, come è stata? I suoi genitori cosa facevano? «La mia infanzia? Io sono figlio di operai, è stata un’infanzia serena nella difficoltà, sempre vissuta senza alcun problema. La mia era una famiglia unita, avevo il necessario e, poi, ho avuto quello che più era importante, cioè l’amore e l’unione della famiglia». Che cos’è che le dà più fastidio e cosa riesce ancora a commuoverla oggi? «Mi fa rabbia la… come si può dire? Non voglio dire una parola troppo pesante, mi fa rabbia nel calcio questo sistema che fa lavorare sempre i soliti. E che non apprezza magari i risultati. Mi fa commuovere quando i miei nipotini mi chiamano nonno. Questo mi fa ancora molto commuovere». Gli stessi allenatori, la mancanza di un ricambio a livello di dirigenti ed allenatori: è questo che le dà fastidio nel calcio oggi? «Circolano sempre gli stessi allenatori, gli stessi giocatori. Il calcio è un circolo chiuso: questo mi fa molta rabbia». Una “casta”, insomma? «Questo l’ha detto lei».
Il dolore degli altri cosa trasmette a un gigante, alla Garrone deamicisiano, come Claudio Garella? «Eh questa è una cosa terribile, sono cose che neanche riesco a immaginare. Io ho avuto la sfortuna – e lo dico sempre – di andare una volta a trovare i bambini ammalati di cancro all’ospedale “Gaslini” di Genova, quando giocavo nella Sampdoria. Ed è stato terribile; un’esperienza che mi sono portato dietro per tutta la vita. Ed è molto difficile. È un ricordo, un pensiero che voglio addirittura cancellare: sono uscito da quell’ospedale sconvolto». Era superstizioso quando vigilava i pali? «Assolutamente no. C’era un fatto: che mi facevo la barba la domenica mattina, e non me la sono fatta – e se questo lo può scrivere nel libro! – il sabato pomeriggio neanche per il papa. Quando ci ha ricevuto, io sono stato l’unico che aveva la barba lunga. E avevo detto a mister Bagnoli: “Mister, neanche per il papa, io cambio le mie abitudini!”», e giù una lunga, fragorosa e sincera risata di Garellik.
Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it
(fotoexpress di Francesco Grigolini)